La madre ebrea del fascismo: Margherita Sarfatti

Prima puntata de “Le letture di Radio Artom”, programma ideato e diretto da Manfredi Beninati per l’Archivio Flavio Beninati. In questa puntata del 2014 l’attore Marco Gambino legge il saggio di Alessandra Leone “La madre ebrea del fascismo: Margherita Sarfatti” pubblicato sul primo numero de I Quaderni di Eccegrammi.


La madre ebrea del fascismo

di Alessandra Leone

« Tutti in Italia volevano dimenticare l’altra donna del Duce: i fascisti, perché era ebrea; i loro oppositori, perché era fascista; e la famiglia, perché diventò un imbarazzante fardello storico. Il risultato fu che la storia di Margherita Sarfatti scivolò via dai riflettori, insieme al ruolo centrale da essa avuto nel fascismo italiano e nella vita del Duce.
Oggi, più di 60 anni dopo che il dittatore fascista venne giustiziato, i discendenti della Sarfatti preferiscono considerarla come un’intellettuale e una mecenate, che lavorò affinché l’Italia prendesse le distanze dal pericolo nazista e che fu costretta a fuggire in Argentina quando Benito Mussolini attuò le leggi razziali.
Non le hanno mai sentito parlare dei 20 anni in cui condivise la dottrina e il letto
di Mussolini. Nè delle 1272 lettere che lui le scrisse in quegli anni, e che sono scomparse. … » (Saviona Mane) [1]

« Chi era Margherita Sarfatti? Come mai la sua figura è così poco conosciuta dal grande pubblico? […] Margherita Sarfatti, da nubile Grassini, appartenne a un’ottima famiglia ebrea. Di grande e brillante intelligenza fu fin da giovane addentro alla politica.
Scrisse su molti giornali, fu regista di un’esperienza artistica piuttosto importante per l’Italia, ma soprattutto fu amante del Duce e sua ispiratrice, poi ripudiata, per le questioni culturali ma anche per quelle politiche.
Renzo De Felice, il più importante storico italiano del fascismo parlò con lei e ne trasse alcune considerazioni che per quanto non documentate lo portarono a supporre un ruolo molto determinante nella costruzione dei più importanti miti fascisti. » (Ilaria Tremolada) [2]

« Oggi siamo abituati a visualizzare il Mussolini ridicolo e pacchiano dei cinegiornali Luce, ma negli anni ’20 il look e le pubbliche relazioni del Duce erano curati da Margherita Sarfatti, una raffinata intellettuale ebrea, che aveva un grande prestigio anche come critico d’arte. La Sarfatti era un genio delle pubbliche relazioni, e nel 1925 pubblicò in Gran Bretagna un libro biografico/apologetico su Mussolini, un libro che poi divenne un best-seller internazionale; in Italia venne pubblicato col titolo “Dux”. Il look del Mussolini versione-Sarfatti era tenebroso e aggressivo, e risultò decisivo per fare del Duce un mito mondiale. » [3]

« Quindi Margherita Sarfatti ebbe un ruolo, e neanche troppo marginale, nella storia contemporanea italiana, eppure è una figura pressochè sconosciuta. Su di lei è caduto il silenzio. Di fronte al suo nome, dice l’autrice di un saggio critico sulla storia della letteratura nel periodo fascista, il lettore di oggi è colto di sorpresa. Fino a pochi anni fa non esisteva neanche una sua biografia completa e coerente. Capire il perché di questo lungo esilio inflitto alla figura di Margherita Sarfatti è estremamente facile. La spiegazione si trova naturalmente nella storia dei protagonisti del costume e della cultura di quegli anni così difficili per l’Italia.
Schiacciata dall’avvilente esaltazione della potenza e virilità maschile, anche Margherita Sarfatti, come molte donne che avevano vissuto la loro maturità intellettuale e lavorativa durante il fascismo, era stata volutamente cancellata dalla storia. In realtà, a ben guardare, la sua vicenda è diversa da quella di alcune delle scrittrici contemporanee, come Grazia Deledda, Sibilla Aleramo, Amalia Guglielminetti e Ada Negri, che per quanto sminuite e sottovalutate in epoca fascista, hanno però legato al loro nome una fortuna destinata a durare nel tempo senza soluzione di continuità. In modo più profondo la vicenda di Margherita Sarfatti è aggravata dal fatto di essere stata, e ciò non è poco, l’amante del Duce.
Quest’ultimo, sul finire degli anni ’30, non solo tentò di negare il ruolo della bella Margherita nella creazione del fascismo, ma dopo l’alleanza con Hitler, stipulata nel maggio 1939, non tollerò più che tutti considerassero l’ebrea Sarfatti come fondatrice e asse portante della politica culturale del fascismo. Così durante gli ultimi anni di dittatura ne fece una “non persona”. Complice di questo gioco infame, per salvare il suo onore e quello della sua famiglia, Margherita lasciò che ancora prima della sua morte il suo nome venisse disgiunto dai ricordi. Per un breve periodo, fino alla comparsa della Petacci nella vita del Duce, lei fu per tutti la protagonista della più lunga storia d’amore di Mussolini. Ma poi gli orrori della guerra e l’imbarazzo della sua famiglia per il coinvolgimento della figlia nella vicenda politica del fascismo, oltre al chiaro prevalere della figura della Petacci come amante storica del Duce, la fecero definitivamente seppellire negli angoli più remoti della memoria. Dodici anni dopo la fine del fascismo, nel 1955, Margherita Sarfatti fece il suo ritorno come scrittrice prendendosi una piccola quanto inutile rivincita su Mussolini.
Il suo libro Acqua passata, edito in quell’anno, non contiene la benché minima traccia del periodo fascista e degli uomini che ne furono protagonisti e per questo sembra la risposta, a partire dal titolo, al trattamento subito. » [2]

Nata l’8 aprile 1880 da Emma Levi (Emma era cugina di Natalia che sposò il critico letterario antifascista Leone Ginzburg e divenne la famosa scrittrice Natalia Ginzburg) e Amedeo Grassini, due ricchi ebrei della buona società veneziana, Margherita visse un’infanzia incantata tra le mura del palazzo di famiglia situato nella parte vecchia del Ghetto di Venezia.

« Nel 1894 la famiglia Grassini abbandonò il Ghetto vecchio per stabilirsi in una casa che rispecchiasse meglio il suo crescente prestigio.
La nuova abitazione di Margherita fu palazzo Bembo su canal grande. Questa più degna sistemazione, che era appartenuta tra XV e XVI secolo al celebre storico e poeta nonché Cardinale, Pietro Bembo, venne rimessa a nuovo ed ebbe tra l’altro il primo ascensore di Venezia! » [2]

All’epoca del trasferimento Margherita aveva 14 anni ed era un’adolescente straordinariamente bella, ma soprattutto straordinariamente intelligente e sicura di se. Nutrita con l’atmosfera culturale che si respirava nella sua grande casa sempre frequentata da illustri rappresentanti della cultura veneziana e italiana, Margherita conquistava gli ospiti di palazzo Bembo esternando preferenze e pareri tanto definiti quanto particolarmente impegnati per una ragazza ancora nel pieno dell’adolescenza.

« Quando aveva 12 anni le fu permesso di partecipare ad un’asta di oggetti d’arte dove acquistò un piccolo dipinto che più tardi sarebbe stato attribuito alla scuola di Guido Reni e che costituì il primo pezzo di una delle più grandi collezioni private d’arte in Italia.
Poco dopo essersi trasferiti a palazzo Bembo, i genitori di Margherita decisero di assecondare la sete di conoscenza che la figlia aveva così bene esternato assumendo dei tutori privati. A quell’epoca era raro che le giovani donne di buona famiglia venissero incoraggiate allo studio della storia e della letteratura. In una cultura ancora profondamente maschilista nella quale gli uomini potevano chiedere il divorzio per adulterio ma le donne no, il futuro che si prospettava alle appartenenti al gentil sesso era semplicemente quello della cura della casa e della propria famiglia. » [2]

Già molto determinata a non seguire questo schema, ma soprattutto determinata ad imparare e a studiare ogni cosa, Margherita ottenne l’appoggio dei genitori che presero per lei tre tutori privati: Pietro Orsi, Pompeo Molmenti e Antonio Fradeletto. Essi diedero alla figlia dei Grassini un’educazione di qualità, ampiezza e vigore straordinari. Oltre all’attività accademica erano impegnati in politica e furono poi deputati e sanatori nel Parlamento italiano. Orsi giovane storico che si era occupato a lungo del periodo medievale poi abbandonato a favore della storia dell’Italia contemporanea, lasciò a Margherita un insegnamento che non avrebbe mai dimenticato basato sulla convinzione che il progresso sociale e intellettuale fosse specchio di una nazione almeno quanto lo erano le guerre e la politica.

« Molmenti era uno studioso della cultura veneziana e accostò Margherita all’arte pittorica e scultorea con l’idea che rafforzassero i valori civili. Sicuramente importantissimo, l’insegnamento di questi due ottimi tutori non quanto però Antonio Fradeletto che è da considerare come colui che modellò il sistema di valori della figlia prediletta di Amedeo Grassini. Laureato in lettere, critico e scrittore di teatro, noto conferenziere aveva persuaso il sindaco di Venezia ad istituire la Biennale come veicolo di incremento del turismo e del commercio. Il maestro instaurò con la giovane allieva un rapporto intenso, vivacissimo e per nulla univoco. Fradeletto la condusse nel mondo dell’arte e le fece scoprire le opere del critico Jonh Ruskin. Quest’ultimo divenne per la giovane Margherita e per la futura critica d’arte un irrinunciabile punto di riferimento. » [2]

Da lui imparò che la vera funzione del critico era spiegare gli ideali che sottendono a una creazione artistica piuttosto che lo stile o la tecnica. Oltretutto Ruskin indicò a Margherita la via dell’arte moderna e lei imparò fin da giovanissima ad apprezzare le audacie dei pittori moderni che condannavano l’accademismo.

« Dei classici che Fradeletto le faceva leggere apprezzò veramente solo Dante e la Divina Commedia che avrebbe consultato come un oracolo rivelatore nei momenti importanti della sua vita. Ma in generale le sue preferenze andavano alle opere moderne, in particolare quelle del romanticismo, che lei divorava. » [2]

I romanzi realistici di Balzac e Hugo le fecero conoscere le ingiustizie economiche e l’oppressione a cui erano soggette le donne e i deboli. L’incontro con George Bernard Shaw rafforzò queste idee che erano ormai delle convinzioni. Era questa l’epoca in cui scrittori e intellettuali denunciavano apertamente le convenzioni conservatrici trovando in Margherita Sarfatti una decisa sostenitrice.
La sua grande intelligenza nonché apertura mentale la portarono a interessarsi anche a scrittori irriverenti come Gabriele D’Annunzio, che ammirava tanto quanto Oscar Wilde. Insieme i due scrittori erano da lei visti come strumenti attraverso il quale “i perfidi anni Novanta tagliavano i ponti con la rigidità puritana del periodo vittoriano”. Arricchita da una formazione così vasta per quantità ma soprattutto per genere, Margherita si trovò però a dover risolvere il conflitto tra la cultura classica, che aveva appreso dai suoi maestri, e le teorie moderne che la sua mente vorace le chiedeva di indagare. Questo contrasto interiore era poi aggravato dall’ambiente famigliare piuttosto religioso. I Grassini erano ebrei ma lei era cresciuta leggendo la Bibbia e i forti legami del padre con il mondo ecclesiastico le avevano mostrato con molta eloquenza le contraddizioni della morale cattolica. Fu a questo punto della sua evoluzione intellettuale che Margherita, ancora diciassettenne, incontrò la causa del femminismo e la teoria del marxismo. Il suo ingresso fra i socialisti italianiavvenne con la pubblicazione di u narticolo su una rivista letteraria socialista di Torino.

« Il pezzo, che sarebbe stato il primo di tanti, era firmato “Marta Grani”. Margherita aveva coniato questo pseudonimo mettendo insieme la prima e l’ultima sillaba del suo nome e del suo cognome. Dopo la pubblicazione dell’articolo, che scatenò l’ira di Amedeo Grassini, Margherita fu accolta nella comunità socialista che subito la ribattezzò la “Vergine rossa” in onore a Louise Michel, femminista che nel 1871 aveva capeggiato la rivolta della Comune di Parigi, primo esperimento di attuazione delle idee socialiste. » [2]

Margherita si accostò al femminismo ma non del tutto. Margherita che cominciò collaborando con “L’Unione femminile”, una rivista edita a Milano e fondata nel 1901 da Ada Negri. È proprio da qui che inizia la presenza attiva e costante di Margherita Sarfatti all’interno della cultura e della politica italiana. « Appartenente alla generazione ancora in bilico tra socialismo e liberalismo, la futura amante del duce fu un veicoloimportantissimo con il quale l’Italia approdò ad una nuova visione del mondo, ovvero allo stato fascista.
Al di là della discutibilità delle sue scelte è innegabile che il suo fu un ruolo storico di grande rilievo. 1902 i Sarfatti si trasferirono a Milano con i due loro figli: Roberto (che morì in battaglia durante la I guerra mondiale) e Amedeo. (…) Nella grande città lombarda Margherita cominciò a scrivere su l’”Avanti!”. In evidente contraddizione con la loro fede socialista, Cesare e sua moglie vivevano in un bell’appartamento di via Brera e sostenevano una vita agiata a cui non mancava nulla. » [2]

Margherita era sempre impreziosita da gioielli costosissimi che Anna Kuliscioff, di cui divenne presto amica, non avrebbe mancato di notare, e aggiungiamo, disprezzare.

« La compagna di Turati apriva il suo salotto agli attivisti del partito, ma non impediva la presenza di intellettuali e artisti dissidenti come Marinetti. La Sarfatti vestiva abiti di sartoria e gioielli costosi, non aveva mai voluto attenersi alle usanze delle donne del partito che le faceva apparire volutamente sciatte e proletarie, quali per la maggior parte non erano, e questo atteggiamento di Margherita, che sembrava dettato dalla vanità, non piaceva alla Kuliscioff che era sempre priva di ogni fronzolo puramente estetico. » [2]

Oltretutto, la Sarfatti non vedeva nel suffragio universale un’arma con la quale la donna potesse affermarsi nella società. Questa era invece la prima delle rivendicazioni dei circoli più impegnati, che non accolta, o almeno non interamente da Margherita, la ponevano quanto meno in una posizione particolare rispetto alle femministe più convinte. Il rifiuto del razionalismo di stampo ottocentesco contenendo in se un forte irrazionalismo e il richiamo alla grande varietà di sfumature a cui esso rispondeva, riunì personaggi di diversa cultura ed estrazione come Prezzolini, Papini e Corradini che sarà il maggiore propugnatore del nazionalismo italiano.

« I primi due invece saranno protagonisti della creazione, nel 1908 de “La Voce” . La posizione antipositivista e anche antisocialista assunta da “La Voce” non dispiacque a Margherita. Nel progetto editoriale di Papini e Prezzolini, Margherita ritrovava l’importanza della partecipazione dell’intellettuale alla costruzione di una nuova società moderna. » [2]

Tutto questo nucleo ideologico costituì l’avanguardia del suo pensiero fascista che convisse con la militanza nel socialismo riformista, ma che in realtà era già presente e ben radicato perché proveniva direttamente dalla sua prima formazione. È comunque attraverso le novità presentate da “La Voce” che Margherita si allontana dal socialismo e approda a una sua totale revisione in cui sono già presenti i germi del fascismo. Il punto chiave del passaggio è costituito dal sostegno alla causa della guerra con la quale avviene la sconfessione del femminismo, del socialismo, del pacifismo e dell’internazionalismo e l’aquisizione piena dell’idea di nazionalismo o italianismo.

« Il triennio ’12-’15 è fondamentale e segna il passaggio che è soltanto l’approdo a teorie compiute che hanno però la loro origine ben più addietro. Per questo è importante soffermarsi sulla formazione di Margherita, perché è da lì che provengono tutte le sue idee più innovative e moderne. (…) In quegl’anni fece la sua apparizione, sulla scena politica italiana e nella vita di Margherita, Benito Mussolini che ai tempi dell’intervento era già direttore dell’”Avanti!”. » [2]

Assunse questa carica il 12 dicembre Pochi giorni dopo Margherita andò nel suo studio al giornale per rassegnare le dimissioni: credeva che l’arte non potesse interessare il nuovo direttore, invece trovò un uomo disposto ad ascoltarla.

« Era uno dei loro primi incontri e Margherita rimase affascinata sopratutto”dall’energia compressa che emanava da lui”. Nel 1913 erano già amanti, ma c’era nel loro rapporto un misto di attrazione e repulsione. Per di più Mussolini trattava le donne con leggerezza, indifferenza e amava corteggiarle. Leda Rafanelli fu sua amante, con tutta probabilità, contemporaneamente a Margherita che aveva rimpiazzato la socialista Angelica Balabanoff. Comunque da quando Margherita entrò nella vita di Mussolini e fino al momento della rottura che si può più o meno collocare nell’anno 1932, il loro fu un sodalizio amoroso, ma anche e soprattutto culturale e in qualche modo formativo. Il primo capitolo della loro storia insieme fu la partecipazione attiva e fondamentale al movimento interventista italiano. » [2]

Partecipò al nuovo giornale un nuovo giornale fondato da Mussolini: il “Popolo d’Italia” che divenne la principale tribuna attraverso cui lanciare le forte convinzione che una guerra fosse necessaria per curare e restaurare la società italiana.

« A quel punto della sua vita, la “Vergine rossa” aveva 35 anni e una posizione che le era invidiata non solo dalle donne ma anche dagli uomini. Era diventata uno dei critici d’arte più rispettati, il suo salotto in corso Venezia aveva assunto un carattere politico che ne rendeva fondamentale la frequentazione a chiunque sperasse o già avesse una qualsiasi posizione di rilievo. » [2]

Tutto ciò però non bastava a Margherita che, ambiziosa e assetata di potere, vedeva in Mussolini un mezzo con il quale raggiungere il suo scopo. Precisamente ciò che voleva era la creazione di una cultura nazionale ovvero di uno stile nazionale in arte e letteratura.

« Questo progetto si sarebbe realizzato solo nell’ambito di uno stato nuovo, che doveva avere i parametri di cui si è parlato sopra, e che lei pensava avrebbe trovato il suo artefice in quell’uomo giovane che “sembrava pronto a spiccare il volo” e che in questo volo avrebbe portato con sé Margherita innalzandola fino alle vette di quel potere che lei in quanto donna non avrebbe mai raggiunto da sola. La condivisione dell’ideale di stato nuovo portò i due amanti ad una complicità profonda. Volendo precisare il ruolo di Margherita nella formazione del fascismo, che ella svolse in modo del tutto consapevole. La sua posizione di preminenza all’interno dell’alta società milanese la poneva nella condizione di poter, anche attraverso il suo frequentatissimo salotto, diffondere idee e convinzioni. Margherita sgrezzò il rozzo Mussolini e lo presentò legittimandolo alla Milano “bene”. Il suo sostegno al movimento violento fondato dal futuro duce fu fondamentale perché fece credere alla borghesia liberale che Mussolini fosse l’uomo giusto al momento giusto. » [2]

Inaltre parole, Margherita diede al fascismo la necessaria rispettabilità, quella rispettabilità che la borghesia milanese faticava a vedere nello squadrismo e nella brutalità del suo capo. « Margherita fu importantissima anche per la diffusione del culto del duce, che ebbe in Dux, la biografia da lei scritta nel 1926 e autorizzata da Mussolini, la prima grande prova. Ma tutto ciò non basta a esaurire gli ambiti di intervento di Margherita. Infatti quest’ultima fu anche responsabile dell’ufficio stampa che forniva informazioni alla stampa estera, soprattutto statunitense. (…) Quindi fino al 1931-32 questa fu la parte che Margherita svolse. Da quell’anno però la ruota della fortuna girò in senso contrario per questa donna che venne soppiantata nel ruolo di amante ufficiale da Claretta Petacci. I rapporti già tesi con il duce la spinsero prima al margine della sua vita privata e poi anche di quella pubblica. Ultimo atto del declino di Margherita fu l’emanazione delle leggi raziali in Italia, nel 1938. Questa legislazione dettata unicamente dalla necessità di tenere testa all’alleato tedesco costrinse Margherita, come tanti altri ebrei italiani, a lasciare il paese. Cacciata e ripudiata da Mussolini che le consigliò di far dimenticare più in fretta possibile il suo nome, la Sarfatti si rifugiò prima a Parigi poi nel sud America dove, già molto conosciuta e ammirata, visse fino al 1947. In quell’anno tornò in Italia e si rifugiò nella villa del Soldo vicino a Como dove poi morì il 30 ottobre 1961. Pochi anni prima di morire, nel 1954, liquidò la sua vita passata con Mussolini, che era già stata processata attraverso lo scritto Mussolini come io l’ho conosciuto, ritratto impietoso del duce ben diverso dal pomposo e artificiale Dux, vendendo il loro carteggio privato, costituito da ben 1272 lettere, ad un chirurgo plastico statunitense. »

© 2014 Archivio Flavio Beninati / Alessandra Leone


NOTE
[1] Tratto dall’articolo di Saviona Mane ”The Jewish mother of Fascism“ (leggi) pubblicato nel luglio 2006 sul quotidiano israeliano Haaretz. Copyright 2006 © Haaretz / Saviona Mane
[2] Tratto dall’articolo di Ilaria Tremolada “Margherita Sarfatti, la donna che sgrezzò il bruto Mussolini” (leggi)
pubblicato su Storia in network. Copyright © Storia in network / Ilaria Tremolada
[3] Tratto dall’articolo “Prepariamoci ad espiare il berlusconismo (e poi anche l’antiberlusconismo)” pubblicato su C.O.M.I.D.A.D. nell’agosto 2009. Copyright 2009 © C.O.M.I.D.A.D.

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