Una lettura lacunosa di “I quanti del suicidio” di Helle Busacca

Con grande piacere riproponiamo un bell’articolo di Barbara Marras sul libro I quanti del suicidio che la poetessa messinese Helle Busacca (1915-1996) scrisse in seguito al suicidio del fratello Aldo, già pubblicato nel 2014 sulle pagine del perento Archivio Flavio Beninati e nel quarto numero del periodico di approfondimenti I Quaderni di Eccegrammi. Buona lettura!


Una lettura lacunosa di “I quanti del suicidio”


di Barbara Marras

Quello che Helle Busacca intende con “I quanti del suicidio”, primo volume di una trilogia, auto-pubblicato nel 1972, a sette anni dal suicidio del fratello minore Aldo, lo dice lei stessa nella premessa: “Questo libro è una summa: registrazione dell’impatto di una coscienza, con un medioevo. Presuppone ogni categoria distinta da Aristotele in poi, e non ne esclude nessuna, in quanto io ritengo poesia solo la espressione di una integrale esperienza umana. (…) «Quanti», secondo Einstein, «sono quantità di energia o di materia o di elettricità». La vita intera dell’universo non è in fondo che inter-azione di «quanti»; così quella umana (…) L’atomo che è la coscienza, colpito dalla carica morte-suicidio, in questo caso non solo ha emesso energia, ma si è in certo modo trasformato.

La reazione è stata a catena (…) D’altra parte, la coscienza, oltre ad essere campo e strumento di tale processo, ne registra i fenomeni (…) Che lo strumento di misura non possa captare nella loro assoluta obiettività i fenomeni in esame (…) è assioma della fisica (…)” ed altro aggiunge che non sarebbe superfluo riportare. L’operazione è complessa, sofferta, necessaria, anzi inevitabile, ed è estremamente consapevole. É una visione del mondo che nasce dal bisogno di comprendere e dare senso al vissuto traumatico, ad una vita che si è conclusa ed al sopravvivere, al come ed al perché di una parabola umana, al suo significato. É una ribellione al destino di oblio e mancanza di senso di quella parabola che è chiave di lettura del presente. É necessità e valore della testimonianza, quindi vangelo umano dove nell’umano vero è il solo vero divino. É tentativo di ricostruire, attraverso la metafora tratta dalla fisica quantistica, ciò che è accaduto all’anima nell’impatto col trauma e con la verità che esso svela e, contemporaneamente, ciò che ha condotto un’altra anima a scegliere il suicidio; ricostruire il percorso che vede la poeta (e pittrice e insegnante) complice inconsapevole, cieca, fino al risveglio in cui si manifesta la consapevolezza, all’accettazione dolorosa del proprio compito ed alla catarsi.

É, perciò, in questo senso, un viaggio dantesco (con il fratello Aldo a fare da Virgilio, supportato da un amplissimo coro di altre voci): una moderna, post-moderna, Divina Commedia – come è sottolineato dall’indentificazione dei componimenti con numeri romani, dai frequenti dantismi, dalla furia dei toni accusatori, dello sdegno civile e morale, dal ricorso alle immagini di animali, insetti ecc., dai neologismi (es. coprocrazia neanderthalense, copropsichi ecc.) da un lessico ed una sintassi ardui, talvolta arcaici (fino al latinismo ed alla traslitterazione dal greco) così stranianti, e quindi ultramoderni, che servono anche a sottolineare il riferimento al medioevo come metafora dell’oscurità in cui si trascina l’uomo moderno ma, anche, come metafora di una situazione psicologica determinata dall’improvvisa devastazione, dall’abrasione di un mondo precedente. Lo stesso, delle minuscole: cui si contrappone la maiuscola usata unicamente per la parola Uomo quando riferita al fratello, rappresentante dell’umanità vera contrapposta alle belve che la fanno a pezzi, la sfruttano e la crocifiggono.

Le minuscole provengono dai codici medievali e, contemporaneamente, rovesciano il sistema di valori esterno al libro. In esso, d’altro canto, non sono trascurate le esperienze delle varie avanguardie del ’900, non solo letterarie e non solo italiane, o quelle, inevitabili, della neoavanguardia: semmai, tutto il libro si pone sotto il segno della sperimentazione. Né ciò inficia il costante riferimento ai classici, latini ma soprattutto greci, ai poemi omerici ed alle tragedie, i cui accenti si confondono talvolta con quelli biblici. In armonia con questi modelli e con l’ispirazione generale dell’opera sono i toni profetici di molti componimenti, tra cui XCV:

«E io vi dico da questa vetta / di desolazioni che non c’è più spazio / più tempo più terra per chi può pensare / non ho risposto non ho capito non ho guardato / non ho inteso, siate tali che diciate sempre / e per chiunque ho donato e non mi fu reso, / ma non mai non ho reso e mi fu donato // e vi giuro che è meglio sentirsi in credito / che in debito, che solo il credito va cancellato, / ma non il debito, perché quando non ve lo aspettate / può venire il tempo che il debito non si può pagare. (…)»

In poesie come questa citata, il carattere allocutorio consegue all’acquisizione di una verità che è necessario trasmettere, una verità che è la conclusione di un lungo interrogare e che, spesso, smentisce atteggiamenti assunti in precedenza, a caldo. E la risposta può anche essere conforme agli insegnamenti di Cristo, o di Maometto, o di Buddha ecc., ma procede sempre dall’esperienza e dalla maturazione di essa nella coscienza, da una riflessione che la furia non vanifica: non ci sono assunti sfuggiti alla verifica da parte di questo processo.

“I quanti del suicidio” è anche, e preminentemente, un colloquio ininterrotto della poeta col fratello, che parla attraverso le sue carte, attraverso il ricordo di parole dette, scritte o taciute, di sguardi, occhiaie livide, guance incavate, mani bellissime. Lo strenuo tentativo d’interpretarne il silenzio, di estrarre Aldo dai suoi libri sottolineati, dalle sue equazioni, dalle lettere non spedite, come dalla creta che egli plasmava, come la volontà ci estrae, a tratti, dal caso, come ci si affanna in sofismi a distinguere fra queste due spinte per capire: che cosa? Che cosa è “sorte”, se non il cieco intrecciarsi di quelli? Testimonia l’impresa di estrarre il destino (in senso heideggeriano) dalla sorte, persino controvoglia: «(…) come credere a una libertà / qualsiasi, non aver voglia di scerpare gli astri / rinfacciando il tuo martirio predestinato (…)» (CXVI) – e, del resto, l’antitesi si risolve nel concetto di Karma – di arrivare al significato del gesto finale che forse è rinuncia ma forse è la conclusione di un percorso, la fuga irrinunciabile verso le stelle, la soluzione di un’equazione: = a 0 oppure = a infinito? E Aldo risponde con un appunto in calce: CATARSI (cfr CXV). Il silenzio nel quale Aldo Busacca è sparito, il silenzio che lascia accanto ad Helle, è qualcosa che si può ancora interrogare, è un silenzio dal quale possono ancora maturare risposte, è lo spazio entro il quale fratello e sorella sono ancora in comunicazione. Aldo, che è oramai in Helle, il cui nucleo si è fuso col suo, è finalmente lo specchio attraverso il quale ella si conosce, così come riconosce il fratello attraverso se stessa, cercando di riportare alle coscienza ciò che prima non ammetteva di sapere, di attingere alle informazioni che sono stratificate nella sua memoria e nelle cose.

Organizzati in 12 sezioni (I quanti dell’integrazione, della rottura, della desolazione, della nostalgia, dell’angoscia, della memoria, del conflitto, del pellegrinaggio, della confusione, della discriminazione, del rifiuto, della visione), i componimenti articolano un lungo discorso inframmezzato al pianto e c’è un sospiro in ogni pausa, un singhiozzo alla fine di ogni verso e mai una tregua, un’orizzonte in qualche modo rassicurante o consolatorio, una rima, neanche a pagarla oro – e in ciò è tanto un segno di modernità quanto una testimonianza dell’influsso dei lirici greci e latini. Alla misura del verso, talvolta regolare, assai di rado corrisponde il ritmo atteso dagli accenti: a dare un’impressione di prosa che più facilmente può accogliere il linguaggio scientifico o quello propagandistico del boom, le interferenze del mondo esterno, o le voci degli amici (anche loro intenti a ricordare ed a cercare un senso, soprattutto con l’intento di confortare la poeta) e che meglio si addice al colloquio, ma anche a rilevare che chi produce il suono è “scordato” – tranne recuperare il ritmo verso la fine, per esempio nei doppi novenari di CXXII, qua e là spezzati, dove alle frasi e ai gesti di Aldo fanno eco le parole di Richard Wright, dei sufi, di Holderlin, del Buddha e degli yoghi e quelle poi di Helle che, ormai in possesso del codice, riassume la vicenda e ne trae l’insegnamento ad ammonire i “suoi”:

«(…) E dunque, chi fosse dei / nostri, / lo sappia: se noi li ascoltiamo, perdiamo noi stessi, non solo, / ma, quello che è dannazione, perdiamo il fratello, il compagno / di strada; / né giova che poi, quando lo spirito ansante / ha scelto in un modo o nell’altro l’approdo invisibile a noi, / diciamo, diciate, / era poe, era kleist, era trakl, era aldo.»

Il carattere di colloquio dei componimenti è sottolineato continuamente dal ricorrere del pronome alla seconda persona singolare, ma la forma più frequente sembra essere la soggettiva: è Aldo che fa e dice, Helle che ricorda e racconta ad Aldo. Tale forma è mantenuta pure nella sequenza “io e tu”, che era forse già un arcaismo all’epoca e che evidenzia, perciò, l’alterità di Aldo, la sua individualità irriducibile, l’impossibilità relazionale, l’assenza e, insieme, paradossalmente, la compresenza delle voci sua e di Helle come espressione della stessa coscienza che in sé contiene entrambi, in cui Aldo sopravvive e che il suicidio di Aldo ha fatta nuova. Fratello e sorella sono due individui, spesso in contrasto, in lotta, insieme eppure soli, anche mentre, nella fantasia della poeta, condividono la fuga e attraversano le dimensioni dell’universo, perdendo il corpo strato dopo strato, per essere una sola cosa: spirito, polvere, aria, “enigma irridente”, ormai e per sempre invisibili agli altri che non possono più perseguitarli, che si accorgono della beffa – e nell’opposizione a questi e nella conquista di questo stato, tornano ad essere “io e te”, finalmente complici e in accordo (cfr CXXIII).

Così veniamo a conoscere il rapporto fra la poeta e suo fratello: un rapporto sofferto, difficile, vissuto forse nel modo sbagliato, condizionato e contaminato da energie esterne, negative, che si frappongono e cui viene concesso di usurpare lo spazio del rapporto – ma, del resto, tutti i rapporti sono assimilabili ad uno scontro fra atomi che implica lo spostamento di elettroni e dunque la trasformazione degli atomi stessi (oppure ciascuno è un elettrone la cui fuga rispetto all’orbitale di appartenenza originario muta l’atomo). Verso dopo verso, siamo messi a parte delle abitudini dell’uno e dell’altra, delle dinamiche interne alla coppia, di tensioni, incomprensioni, pianti, litigi quasi sempre indotti dalle difficoltà economiche, pasti miseri, visite, conversazioni, degli incubi di Aldo, della lampada che egli direziona sul proprio viso e lascia accesa tutta la notte per cercare di contrastarli, dell’ossessione di Helle per le bollette della luce, delle sigarette con le quali cerca di bruciare la propria rabbia ecc. La concretezza dei dettagli è straziante: rimpianto e rimorso si annidano in ogni angolo della casa in cui la poeta ha accolto il fratello e nella quale questi è stato ritrovato morto con la canna del gas fra i denti.

Questa casa, rifugio e prigione, da cui la poeta verrà poi sfrattata, si fa specchio del suo io e subisce il destino di chi la ha abitata. Dapprima piena delle cose di Helle e delle sue speranze, diventa poi il luogo di una convivenza forzata, ingombra delle cose di Aldo, dei classificatori, delle carte, dei libri, del suo disordine, dei suoi sogni e del suo dolore, per essere infine abitata da un fantasma, di nuovo sgombra ma colma di quanto vi è stato vissuto. Ogni oggetto, ogni parete vi sono testimoni muti dei pensieri e delle azioni di Aldo vivo, ne sono stati trasformati, ne trattengono l’impronta, ne conservano l’energia e rompono a tratti il silenzio, riportando immagini e voci dal passato che custodiscono. Questa non è più casa alla poeta: casa era la vita col fratello, casa è ciò che fratello e sorella avrebbero potuto essere l’uno per l’altra e forse, in qualche modo, sono stati o sono adesso.

Verso dopo verso veniamo, soprattutto, a conoscere Aldo Busacca: l’ingegnere tessile, lo scienziato e il poeta, l’uomo ridotto alla miseria dall’avidità altrui e costretto ad emigrare, a vagare di città in città e di paese in paese, saltando i pasti per rimediare agli errori altrui ed anche per portare aiuto (o gioia e bellezza) a chi pretendesse di averne bisogno; costretto da sempre a rinunce via via più gravose, a lavorare 18 ore al giorno o a cercare lavoro inutilmente perché troppo qualificato, ad elemosinare ciò che avrebbe potuto guadagnarsi e che gli spettava; bello, dai modi regali per dignità e grazia, la sua mente ed il suo cuore perfetti ma del tutto inadeguati alla società ed al tempo, che la società ed il tempo non poterono corrompere ma che ammalarono e poi uccisero; braccato da sveglio e nel sonno, timido e gentile, sempre pronto a comprendere, a dare e che nessuno comprese, cui nessuno rese mai; Aldo che non aveva niente e non risparmiava se stesso, che non smetteva di cercare perché finché c’è speranza c’è vita, disposto a fidarsi e sempre tradito. Il suo suicidio istituisce una colpa collettiva, ricade su tutti coloro che l’hanno ingannato, ferito o che, semplicemente, sono venuti in contatto con lui senza riconoscerlo, su tutte le generazioni che hanno contribuito a creare il meccanismo che lo ha soffocato.

La maledizione è scagliata su tutti i discendenti di costoro fino all’ultima generazione, fino alla fine del mondo. Non solo per vendetta: il male va estirpato alla radice e chi risparmia i carnefici sacrifica nuovi innocenti, perché il potere si tramanda e il potere del denaro, della violenza, sbagliato, illusorio, che ignora la complessità dell’universo, che priva l’umanità del suo potenziale, che si fa beffe della vita, questo potere ridicolo e falso, distruggerà tutto. Eppure, verso la fine, ricordando le parole dei nonni, Helle Busacca si chiede: «(…) di chi, veramente, siamo noi i figli?» (CXXXVIII) e, riferendosi a se stessa, osserva: «(…) in tanti altri modi / figlia del saggio, può essere, chi non è saggio, delirio / e attonitaggine e tenebra a chi ama… » (ivi) Che cosa ha ucciso Aldo? La fatica di una vita che è lotta vana dal principio alla fine, l’ingratitudine, la mancanza di riconoscimento e d’amore, la consapevolezza di sé e l’impossibilità di essere sé e sopravvivere nella società dell’epoca, nell’Italia ipocrita e spietata del Boom, corrotta, borbonica, provinciale e gretta, oggi giunta alle sue estreme conseguenze.

Per sottrarsi ai torturatori si è ucciso, agli automi ed agli aguzzini con i quali non aveva nulla a che fare, per affermare la sua differenza, per esaurimento di ogni energia e motivazione, per stanchezza di sentirsi peso con tutto quello che aveva da dare, per darsi finalmente riposo e pace. É stato ucciso dal padre e dalla matrigna avidi, ingrati e privi di scrupoli, dalle banche, dal fisco che chiede sempre a chi non ha, da un sistema fondato su un potere che è funzione biunivoca del denaro e in nessuna relazione con la responsabilità, che si regge sullo sfruttamento e sul consumo, che spinge la classe operaia a desiderare l’elettrodomestico, che deruba e deride il genio, che misura gli uomini in base a quel che guadagnano, che li svuota della loro umanità e ne fa insetti o zombies o vittime sacrificali.
É stato ucciso da tutti quelli che non si oppongono a questo sistema, da tutte le kristhe, sally e giselle che, indegne, lo hanno sacrificato a più solidi partiti e anche da Helle: che non ha potuto rispondere ad Aldo nel modo che lui chiedeva, di cui aveva bisogno, che è stata prima madre per essere, poi, figlia, che gli lasciava cioccolatini anziché fiori sul comodino, che pensava di avere qualcosa cui rinunciare e perciò non era libera di amare nel modo giusto, non era ricca, non era cosciente; Helle che prestava orecchio agli “altri” lasciandosene assimilare senza avvedersene, che pensava di desiderare ciò che non desiderava affatto, tutta intenta a fuggire dalla famiglia e che, arredata la casa per l’Atteso, non lo riconobbe; Helle che non si sapeva nucleo, che resisteva, che si sobbarcava di responsabilità superflue e marginali e non aveva ancora imparato ad assumersi l’amore, a scegliere, libera, di non esserlo, a considerare le conseguenze delle sue decisioni per la vita altrui, perché tutto è interconnesso e vivere è accettare la responsabilità di questa trama, proteggerla da ciò che la minaccia, che non si è scelto, che non ci appartiene e che va rifiutato – e amare è riconoscere l’altro, vederne l’anima, avere il coraggio di abbracciarne l’abisso interiore che si riflette nello spazio profondo, seguirne la mente mentre lo sonda, esserci insieme, sempre: « (…) Lui lo sapeva, il cieco nato, / che non ti è amico chi non partecipa del tuo appassire (…) » (CXXVI).

È anche accettare che l’altro ci riveli, che ci veda e ci ami per quello che siamo ed è anche lasciarsi cambiare. In LVII l’anima dell’amante è il cristallo che ci riflette e ci svela diversi dalle stelle: mostri; il cristallo che va in frantumi, distrutto dall’odio di chi non vuole vedersi quale è e si rifiuta all’amore. Nell’accusare gli assassini del fratello e nel riferire le circostanze che lo hanno condotto alla morte, la poeta ritrae e denuncia tutto il sistema, la razza umana che nella sua evoluzione ha scelto una strada perversa, rivendica la sua appartenenza ad un’altra specie, esorta i suoi simili alla resistenza ed alla rivolta, indica loro gli strumenti della lotta. Nel libro, l’Italia appare come il più corrotto e feroce tra tutti i paesi. A leggere quest’Italia dei “Quanti” mi viene in mente tanta letteratura dell’epoca ed anche antecedente. Mi viene in mente, per esempio, guarda caso, Bianciardi – soprattutto “L’integrazione” e “La vita agra”, che precede i QdS di dieci anni. Mi viene in mente che “La vita agra”, la quale rovescia tutto ciò che ingloba e che la costituisce, sarebbe di nuovo rovesciata se il protagonista facesse finalmente saltare in aria il Pirellone. Perché così ci si disfa dei fantasmi: i nemici si mettono nell’inferno! A Berlioz si taglia la testa! Com’è che quando Dante o Bulgakov si liberano, noi pure ci sentiamo così liberati? Ma la catarsi toglie forza alla denuncia e disinnesca la vendetta.

Amleto scrive un appunto sul suo taccuino e con ciò ha bell’e sistemato lo zio già al primo atto, scena V. Helle Busacca si libra tra sentenza ed esecuzione, si erge a puntare il dito e pronuncia maledizioni da compiersi, perché il suo dire è irreversibile, ma non già perfettamente compiute col dire o, meglio, non già avverate sulla pagina. Così la poesia mantiene la vibrazione potente della sua furia e l’effetto è certo perché non siamo nella metafora, non si tratta solo di un’immagine poetica ma di fisica e tra le due cose non c’è distinzione sostanziale: quella di Helle Busacca è tanto una fede nella parola quanto una fede scientifica ed è fede nell’umanità, volontà di recuperare l’uomo in tutti gli aspetti e aldilà delle separazioni che lo impoveriscono e lo rendono impotente, recuperarlo in ogni sua espressione che contiene il tutto, ove s’incarna ed effonde lo spirito dell’universo. La poesia dei “Quanti” è tesa fra rabbia e catarsi, è il percorso che va dall’uno all’altro polo, ma senza posa. Nei versi sono raggiunte e scolpite le trasformazioni dell’io lungo il percorso, è acquisita la consapevolezza che permette lo scatto da un livello al successivo, è registrato lo scatto. É un percorso che non può essere lineare: un’orbita. É La coscienza che gira intorno al nucleo buio dell’io. Gli stessi elementi girano e rigirano ossessivamente intorno, acquisendo man mano un senso sempre più profondo, sempre più vicino alla verità.

Il ragionamento torna costantemente sui propri passi a ripercorrere infinitamente la memoria ed a cercare il nodo da sciogliere. Perché si tratta, in fondo, di elaborare il lutto, attraversare il dolore, trovare la maniera di metabolizzarlo, di conviverci in qualche modo, di dargli un senso che non può essere esclusivamente privato, che non può essere se non universale. In questo contesto è inevitabile che privato e pubblico s’intreccino; del resto, tutto s’interseca nel medesimo punto: l’individuale con l’universale, la sfera psichica con la sociale, il terrestre e il cosmico, lo storico e il mitologico, lo scientifico e il filosofico. S’incontrano nell’istante e quindi coincidono nel tempo, s’incontrano nella coscienza e quindi nell’uomo, s’incontrano nel libro che non può non rilevarne la compresenza ed anzi l’unità. E la lingua può solo alludervi, tanto più che l’universo si rivela via via più misterioso di quanto non crediamo e molto di ciò che appare incongruente è solo l’effetto d’ignote cause. La parola è limitata, come lo è il numero: la matematica esprime per simboli l’universo, è musica (la lingua dell’eden), è, anch’essa, scala per le stelle – per Aldo Dio era “Astratto Assoluto” – ma il simbolo non dice intera la cosa e la fisica contravviene. Rifletteva inoltre Aldo, che i numeri sono ripetizione dell’1 (quantità arbitrariamente definita) più una sequenza infinita di 0 (quantità nulle), sicché «un numero indefinito di quantità nulle, / (…) è il simbolo dell’universo e la sua realtà, / lo zero che è inconcretezza ne è la trama e il filo…» per concludere che se Dio è l’essere, assunto che sia immutabile e senza causa, allora il tutto è non essere. (cfr CXVIII).

Riflette poi Helle che i numeri ci beffano, sono segni di cui non abbiamo il codice se non a posteriori: le date che scandiscono i suoi lutti, per esempio, ripetono il numero 11, e l’11, numero primo, a volerlo scomporre è, magari, 1 e 1, ma non 1 più 1, è solitudine, doppia: la solitudine ineluttabile dell’uomo e del fiore, di tutto ciò che nasce solo per morire.

La vicenda umana di Aldo Busacca è tanto più paradigmatica in quanto storicamente determinata ed allo stesso tempo segnata da una sorte che rende riconoscibile in essa il modello universale e non mai smentito dell’Uomo. Destino e Storia, da Heidegger in poi, non sono concetti in contraddizione e nei “Quanti”, mi pare, la Storia verifica il Destino, la Storia è tela ed il Destino è ragno, annunciato ad ogni incontrarsi dei fili: in ogni torto subito, in ogni errore di Helle, in ogni rifiuto di amata, negli specchi rotti, nei lutti passati, nella morte per gioco di Helle bambina, nei dischi di Aldo che tornano a suonare sul giradischi che lui non ha conosciuto, nei quadri di Helle pieni di croci antiche che prefigurano la croce in attesa. Perché in effetti non possiamo interpretare se non a partire dalla fine. È il finale che determina il significato di una vicenda e il cristianesimo non esisterebbe senza resurrezione. Il finale svela il senso degli accadimenti che lo hanno preceduto, conferma le etimologie (in XXXVIII: “(…) diverso. Da di-vertere.”), mette in luce gli elementi coerenti con esso, rivela le tappe di un destino, i nodi significativi, le svolte apparenti, le occasioni sprecate che mai avrebbero potuto essere colte, se non da un attante onnisciente, da un uomo o da una donna così perfettamente consapevoli e lucidi, come se si trovassero a rivivere la situazione per l’ennesima volta – ma sapendo che si tratta proprio della stessa. La morte di Aldo Busacca è questo finale in virtù del quale si riorganizza non solo il racconto, non solo la vita di Aldo stesso e di Helle, ma tutta la vicenda umana; è l’evento centrale della storia che si ripete a riavvolgere il tempo e ad invertirlo, collocando la speranza nel passato e la memoria nel futuro, come dal domani non si può attendere più nulla altro che la replica di ciò che è già accaduto, il compimento di ciò che è stato annunciato tante e tante volte, in così tanti modi, con i segni che ora sappiamo leggere. Così passato e futuro sono compresenti in ogni istante ed Helle, vedova e profeta, se ne assume la responsabilità. Contemporaneamente il suicidio è finale che lascia aperto il discorso, l’eterno incompiuto, lo sguardo da decifrare, il seme da cui deve germogliare la nuova coscienza.

Ogni atto compiuto si rivela ora per le sue conseguenze, la pietà per il padre è ferita inferta al fratello e, se fosse morta Helle, sarebbe forse vivo Aldo – ma sarebbe Aldo? Colui che non fu riconosciuto e che fu perso in vita, è riconosciuto e ritrovato nell’assenza insopportabile ed inconcepibile e non vorrebbe, Helle, riportarlo indietro dove non potrebbe che morire di nuovo, sulla terra dove è solo dolore e tormento e ingiustizia, non vorrebbe che, per sopravvivere, fosse costretto a rinunciare a se stesso, a darla vinta alla genetica. Sa, adesso, di essere stata l’ultima possibilità di Aldo, sa che egli era la sua sola possibilità e, adesso che nulla ha più sapore, ha ancora un senso, regalato da lui. Perciò acconsente a ritardare il ricongiungimento, la morte che è madre, patria vera, la sposa non mai trovata nel mondo, la pace mai conosciuta, il riposo eterno (e meno non basterebbe dopo l’orrore della vita). E se per l’uno la morte era assorbimento di luce, simbolizzato dal panno bianco con cui si coprì il volto nel morire, nell’esperienza dell’altra, vita e morte si scambiano segno e valore: se la vita è una tale sofferenza, è un tale rovello insolubile di energie imbrigliate inutilmente e se la morte è liberazione, fuga di energie liberate, allora è l’una buco nero e l’altra è luce. Per questo non è la morte di Aldo che la poeta piange, ma il tormento e lo spreco della sua esistenza.

Il cammino della coscienza si fa concretamente pellegrinaggio ed ecco, allora, la Spagna, la Grecia, i viaggi sognati sognati insieme, cui entrambi avevano rinunciato. A cercare Aldo, Helle va nei luoghi dove egli non è stato e cui appartiene, e lo porta con sé, perché li veda, e lo porta con sé per vederli. Dove non è stato ferito e ripudiato, lì può sederle accanto ad ascoltare la voce dell’acqua, a guardare una rosa: accanto a lei e, immenso, a lei intorno. E va nei luoghi di cui le ha raccontato: il cielo, la luce; per scoprire che essi non esistono affatto, che è stato lui ad inventarli. Perciò essi non saranno più, perché con ogni uomo muore un mondo, perché è l’uomo a vedere il mondo, a crearlo, come un dio, senza poter mai raggiungere la meta che fissa, che è solo dentro se stesso, che chiuderà sotto le palpebre e porterà con sé nella terra umida della propria sepoltura (cfr CXXIX e CXXXI).
La poeta parte per trovare il fratello negli occhi di altri poveri, di altri re in lacere vesti, di altri innocenti sognatori, di coloro che pagano, dai quali sempre, con interesse assurdo, si esige il debito; per riconoscere il dio con la mano protesa; per implorare di rinascere fra i miseri e gli emarginati; per immaginare la fuga di Aldo e vedere l’Alahambra farsi fantasma nella sua dimensione per essere vera in quella di lui, dalla quale certo proviene; per maledire il mondo dalle colonne d’Ercole e per intuire, oltre quelle, le isole felici:

«(…) Così, se l’odio / è “la parola” come l’amore, e ha minato sempre / le tane dei ben pasciuti per ogni dove (…) uragani d’odio dai picchi / ho scatenato delle canarie da ovest a est / e da nadir a zenith perché dirocci / in su e in giù dal cerchio che traversa l’africa-isola, // e dai quattro angoli e nei quattro angoli non ci sia suolo / non ci sia aria non ci sia acqua che non lo incroci / e lo convogli sugli usurai e sui loro figli // e implorino di morire restando vivi / e siano restando vivi lezzo e carogne, / e aspiri odio finché in cancrena sputi i polmoni // chiunque io cito da questa tomba al giudizio di Dio.» (C)

Ma anche parte alla ricerca del sole, di un motivo per tornare ad amare, e trova nebbia e vento, perché il mondo “si fa più opaco e sempre più si risolve in cenere” quando “ne trapassa il cerchio/ una grande anima per tornare al suo paese” (CIII).

La morte di Aldo è lo spartiacque della sua coscienza, l’evento in forza del quale ella riconosce il volto vero delle cose e delle esperienze.
C’è un prima e c’è un dopo: l’istante zero costringe a ripensare tutto ciò che lo precede e priva di senso ciò che lo segue. La poeta deve ricostruire questo senso alla luce della sua esperienza, concedersi un orizzonte e uno scopo, ma solo per amore di Aldo, per amore dell’Uomo. Del resto è inevitabile che il trauma getti la psiche nella confusione ma, altrettanto inevitabilmente, a tale confusione segue la necessità di elaborare il trauma. Il confronto con la morte estremizza il sentimento delle cose, del confine tra il bene e il male, tra luce e buio, e spinge a schierarsi, a prendere una posizione netta.

L’istante zero dà luogo, momentaneamente, ad una bipartizione del mondo, dell’esistenza, del tempo, della psiche, dell’anima, genera le opposizioni: tra “noi” e “loro”, uomini e automi, Cro-Magnon e Neanderthal, ricchi (arricchiti per sfruttamento) e poveri (sfruttati e perseguitati), vittime e carnefici, Spirito e Parola, eden e inferno – dove l’inferno è la vita degli Uomini nella società degli zombies ma anche, e soprattutto, la vita in un mondo dove Aldo non c’è più, e l’eden è collocato sempre dove non può essere riconosciuto al presente: l’eden sprecato della vita con Aldo, l’eden dell’infanzia nella casa dei nonni, nonostante i funesti presagi, e nell’infanzia dell’umanità, in un’ Atlantide prima dell’”ubris”: lo stesso eden è qualcosa che non sopravvive alla ferocia degli uomini: come gli uccelli, come i pesci, come l’Uomo.

E nulla è casuale: i se e i ma sono vano rimpianto perché l’Uomo, il poeta, lo scienziato, il saggio, il profeta, non hanno alcuna possibilità di sopravvivere, di evitare il sacrificio di sé che la società parassita pretende da loro per prosperare. Perché la famiglia è il luogo degli abusi in cui sin dall’infanzia si sperimentano l’ingiustizia e la violenza proprio per mano di coloro che amiamo e che dovrebbero amarci, che non abbiamo scelto e cui siamo legati, dei quali portiamo il peso e l’eredità, la maledizione che possiamo restituire o condonare ma che dobbiamo scontare comunque – ed è scritto che il santo nasca dal mostro per il suo martirio ed a maggior soddisfazione di questi. Nulla è casuale e tutto è già nelle circostanze della nascita, nel nome stesso, nel meccanismo sociale e nelle stelle. Tutto è determinato siccome irreversibile e destinato ad una fine precisa ed inevitabile, dall’incrociarsi delle traiettorie cosmiche, del tempo con lo spazio; tutto precipita col precipitare delle stelle e dei pianeti nell’universo.

Quello che si ha il dovere di fare, per opporsi a ciò, è recuperare la propria umanità, svegliarsi (in un senso assimilabile a quello zen) e parlare: perché lo spazio non è vuoto, perché il pensiero e la parola sono energia: come l’odio, come il dolore, come ogni altra cosa nell’universo. Perché tutto è, allo stesso tempo, relativo dacché tutto è soggettivo e quindi influenzabile: è questione di coscienza, di sottrarsi all’influenza negativa e prossima per vibrare in consonanza col cosmo – bisogna però rinunciare agli “spettri”. Nel tentativo di comprendere il senso della sorte del fratello, di tramandarne il ritratto e gli insegnamenti, di additarne gli assassini, di accusare la famiglia e la società contemporanea, il sistema capitalistico che fagocita gli uomini, li spolpa, li denigra, li umilia e li condanna a morte, Helle Busacca traccia dunque le coordinate di una mappa astrale, filma l’universo nella sua fuga, i sistemi nel loro vertiginoso ed impercettibile precipitare, il tempo nel suo implacabile fluire per mai tornare indietro, come ogni cosa in ogni istante cambia, ma anche nel suo riannodarsi, perché ogni evento ne ribadisce altri remotissimi e li presentifica e ne amplifica il significato; legge i sintomi, i presagi trascurati e si fa profeta presso quelli che sono ancora innocenti, i giovani, non coinvolti nella tragedia del fratello, e presso le generazioni future – perché possa quella tragedia servire a qualcosa. Aldo è venuto come il cristo ad insegnare la via e, quindi, a dividere.

Ma se Aldo è il cristo, vessato e crocifisso, il capro espiatorio che prende su di sé i peccati e le pene del mondo senza deviare dalla verità e da se stesso e, in ciò, capace di redenzione per gli altri, se Aldo è testimone e insieme Dio, il Dio in cenci, colui nella cui morte è una sentenza ma anche una possibilità, se Aldo è l’agnello di un Dio che non esiste se non in lui stesso, è anche Ipazia scarnificata per la sua scienza e bellezza, è “abele-dionisio-orfeo” (contrapposto a “edipo-testa-di-bietola erede di “adamo-coccodrillo-verme” cavalcato dal serpente-ada – cfr XVIII – e qui Helle è Antigone che lo seppellisce e canta l’epinicio: perché la vittoria sarà loro e il suo poema è già vendetta e riscatto, è messaggio verso le stelle che annuncia la fine del mondo in bilioni di anni luce o in un baleno) è il buddha – il perfettamente risvegliato all’armonia dell’universo – è il popolo Inca sterminato dai conquistadores, Achille tormentato da Tersite e schiavo di Agamennone. Naturalmente anche la poeta è coinvolta nelle metamorfosi, sin dall’inizio, dal primo componimento ed a partire dal proprio nome, che consente l’identificazione con la leggenda di Helle e Frisso, speculare alla vicenda sua e di Aldo e chiave di lettura della stessa. Conviene qui riportare intera la nota di Helle Busacca che riassume efficacemente: “ (…) il re Atamante e la regina Nefele Avevano due figli, Helle e Frisso. Morta Nefele, Atamante si risposò e la matrigna fu così bestiale che Frisso invocò l’aiuto di Apollo. Il dio inviò loro, perché fuggissero, un montone alato, dal vello d’oro. Passando sul mare che da lei si chiamo Ellesponto, Helle ebbe il capogiro e precipitò. Frisso giunse nella Colchide, terra di favola e di magia.” Se nella realtà è la donna a sopravvivere, è tuttavia evidente che le cose vanno proprio nello stesso modo: è proprio l’uomo a raggiungere la Colchide, mentre la sorella precipita nell’abisso.

La morte di Aldo Busacca ripete quella di Empedocle, di Giordano Bruno, di Ataualpa, Pitagora, Socrate, Demostene, Cristo, Lao-Tse. Attraverso le citazioni continue, inesauste, egli non è trasfigurato: è annunciato dalla storia, dalla letteratura di tutti i tempi, da leggende, mitologie, metafore e rivelazioni, da codici luminosi provenienti da stelle morte millenni fa: ricompreso in questo orizzonte e svelato nella verità della sua essenza. A costruire questo orizzonte sono chiamati in causa Einstein, Omero, Leibniz, Machiavelli, Platone, Dante, Virgilio, Eisenstein, Ichikawa, Shakespeare, Seneca, Lucrezio, Orazio, Saffo, Leonardo da Vinci, Kipling, Leopardi, Kafka, Wells, Egiziani e Sumeri, Gotamo Buddho, i Maya, Goya, Eschilo, Sofocle, Euripide, i Sufi, il principio d’indeterminazione di Heisenberg, Novalis, Holderlin, Maometto, Erasmo, Spinoza, Luca, Buddha, Krishnamurti ed altri – insieme agli amici, italiani e non (tra cui Margot Einstein), insieme a qualcuno che telefona, all’intestazione dei fogli antichi, testimonianza della carriera di Aldo Busacca negli USA, insieme alla sue carte, insieme ai racconti della zia morta giovanissima, alle parole dei nonni (parole da saggi, da illuminati, con cui quelle di Aldo si confondono, che potrebbero essere le sue o quelle di Buddha), insieme agli inviti ai convegni cui non aveva soldi per andare, alle attestazioni di stima di scienziati statunitensi. E queste voci s’intrecciano con quelle dei medici esosi ed inconcludenti, con quelle di scherno dei colleghi invidiosi, dei capintesta boriosi ed ignoranti, dei burocrati ottusi e vili, con le réclames alla televisione, con le parole stupide e crudeli del padre e della matrigna ecc.

Nei due collages (LXXIV e CXLVIII) frasi e periodi tratti da libri altrui, posti in relazione fra loro ed inseriti all’interno della cornice dei “Quanti”, parlano di Aldo, parlano per Helle, acquistano un senso nuovo, il senso, appunto, che Helle riceve da Aldo. E La matassa si srotola, Il discorso si allarga all’infinito fino a comprendere, all’altro capo del filo, qualcuno non ancora nato. Nell’ultima sezione dell’opera, intitolata “I quanti della visione”, il nodo si scioglie e si delinea, finalmente, una prospettiva capace di confortare. Questa visione, ancora una volta, dipende dall’accettazione del senso emerso con l’elaborazione del trauma. Come si è detto, il significato può essere affermato solo a conclusione del processo che l’ha sin qui messo in discussione, argomentato, rifiutato, verificato, reinterpretato, e così via: solo dopo essere stato ripulito delle scorie, messo alla prova nello scontro con istanze ed elementi coesistenti nella coscienza della poeta, averli inglobati in sé, giro dopo giro. A questo punto Helle Busacca può rallegrarsi che Il fratello non debba invecchiare, né mai venire corrotto dal tempo o dalla vita, né più soffrire, ma possa per sempre restare “l’essenza più intatta e pura, l’infanzia e il sogno” di ciò che ella fu (cfr CXXXV). Può sentirlo in un “morire d’autunno”, nelle nuvole che attraversano il cielo leggere, nei venti “gentili”, nel silenzio, e pensarlo fuso con “l’Astratto Assoluto” (cfr CXLII). Ormai può tacitare il risentimento e l’angoscia e fargli gli auguri per il suo viaggio: «che quanto hai scelto sia prospero / buono e felice (…)» (CXXXVI)

Può persino dire, con gli amici: «Sembrava che dormisse (…) il sorriso / beato di chi alfine è giunto in porto, / a casa, tra i suoi cari» e: Se «è così, / aldo, come dev’essere gentile / la morte a chi non ebbe ultimo dono / da offrire, che, la propria vita, / e come / dev’essere abbagliato e senza limite / lume a chi a un tratto vi si desta attonito… » (CXXXVII) senza che in ciò sia perdono, né oblio, né vana consolazione. È piuttosto che il mondo in cui la poeta vive è, ormai, una dimensione meno reale dell’altra in cui il fratello è andato e che ne assorbe la realtà, rendendone labili le coordinate e confusi i contorni ed i piani. Perciò: tutto quel che è stato, di cui non restano che carte, sarà poi stato davvero? Ed esistiamo noi quando la nostra esistenza non importa a nessuno? E qual è la direzione vera del tempo, se l’istante non è misurabile né avvertibile? E qual è il senso di una vita: nel suo trascorrere o nelle tracce che lascia dietro di sé? Non è più la furia che sola resta (cfr XIV), ma l’amore: il significato ultimo della vita il cui scopo è, dunque, imparare ad amare. Ecco cosa trova la poeta alla fine, ecco di cosa si scopre capace: ella ama, d’amore: Aldo e in Aldo l’uomo «(…) che vive e non muore, / mai, che è prima e che è dopo, che è luce, che è alito / che è fame che è sete che è morte che è Dio; (…)» (CXXXVIII), l’Assoluto che esiste nelle parole di Aldo, che Aldo crea col nominarlo, che Aldo è essendo l’uomo – e anche il mondo, la terra riscattata dal suo esservi nato e morto, dal suo esserci stato (cfr CXXXIX). Trova il principio riarmonizzante delle dicotomie che riproducevano la sua scissione interiore e trova, con esso, una speranza: quella di poter attraversare i secoli per giungere alle generazioni future, da secoli in attesa di raccogliere il messaggio.

Più che di speranza, si tratta di certezza e la profezia è già confermata mentre scrive, mentre lei stessa, ed altri come lei, sollevano il capo e si scorgono l’un l’altro, intenti ai messaggi provenienti da tempi remoti: tutti archeologi, tutti astronomi e tutti poeti, le cui mani si sfiorano attraverso i millenni, le cui voci si ricongiungono nel silenzio, nel cercare, ancora e sempre, l’umano, il senso della vita, la via del risveglio, l’armonia col tutto. Quando il mondo sarà stato devastato dagli uomini e nulla sarà sopravvissuto e non l’Uomo e non Dio (cioè l’essenza delle cose, la meraviglia che nell’uomo ha sede), allora i giovani si rivolgeranno ad Helle, che sarà lì con loro, invisibile, per immaginare – e forse, con ciò, cominciare a ricreare – ciò di cui saranno stati privati (cfr CXLIX). Proprio nello stesso modo in cui la luce ci giunge di stelle morte, così squarcia il tempo la voce di Helle Busacca. E questo non sarà meno vero un giorno di quanto lo sia oggi, adesso: mentre leggo le sue parole – e forse non sono sola.

Copyright 2014 © Archivio Flavio Beninati / Barbara Marras

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