Le sue poesie mi cambiano il mondo

Con grande piacere riproponiamo un bell’articolo di Barbara Marras sulle poesie di Patrizia Cavalli (Todi, 17 aprile 1947), già pubblicato nel 2015 sulle pagine del perento Archivio Flavio Beninati e nel secondo numero del periodico di approfondimenti I Quaderni di Eccegrammi. Buona lettura!


Le sue poesie mi cambiano il mondo

Fraintendimenti e derive. Appunti incerti sulla poesia di Patrizia Cavalli.


di Barbara Marras

Gatti (e altro)

Guardate come lei si lascia catturare
dal bastone che si muove, dalla minuscola mossa
d’ala di ogni mosca, dal rumore
di ogni porta che si apre. E quando si mette sulle mia ginocchia
sembrerebbe per sempre, le unghie
quasi conficcate nella carne. Ma se passa
un uccello alla finestra, addio baci
addio carezze, lei vola via.
E poi, forse, ritorna.

Patrizia Cavalli (in “Il cielo”, 1981)

Diciamo, per il momento, che Patrizia Cavalli è un gatto: abbandonato al suo apparente sonnecchiare, sprofondato nel suo corpo e improvvisamente catturato da qualcosa che succede all’esterno, improvvisamente ridesto e concentrato, dimentico del salto e già sulla mosca.
Un gatto nei cui occhi si specchia d’un tratto, veloce, la bellezza, il cielo veramente infinito e luminoso per un istante di grazia indifferente: socchiude gli occhi, il gatto, testimone e depositario del mistero.
Spinto da improvvisa ispirazione che è necessità, vince la natura contemplativa, prova le zampette eleganti e si lancia fuori in escursioni solo sue, dalle quali riporta piccole prede casuali e dense di significato, leggere e luminose, talvolta buffe, talvolta sconcertanti. Pegni d’amore o di noia, trofei corruschi d’umorismo, d’incanto o di pena, frammenti conquistati alla vita e resi alla poesia con semplicità spontanea e sapiente. A questo punto è già evidente che Patrizia Cavalli non è un gatto.
Allora diciamo, provvisoriamente, che il gatto è l’ispirazione che, per suo esclusivo capriccio, le salta in grembo e poi riparte (ma forse ritorna). Il gatto che vive con lei e la saluta e le fa le fusa oppure no, che dorme sulla sua poltrona e le lascia pulci sui pantaloni, conosce la sua casa, la polvere attorno alle sedie, gli indumenti sparsi, le tazze sul comodino, la penombra di certi angoli, il pulviscolo dorato, la luce attraverso le persiane, la vista dalla finestra, il cielo di sopra i tetti e tra i comignoli, i rumori del mondo che giungono attutiti o violenti, la distanza fra il letto e il tavolo, fra la poltrona e il davanzale, il tempo racchiuso in quella distanza, nella posizione degli oggetti, nel loro oblio, il passato ed il futuro impliciti nella materia e nella forma. Nei suoi lenti spostamenti sfiora le cose col fianco morbido o con la coda. Nei balzi rapidi ed improvvisi sa l’esatta disposizione del mobilio. Ma la casa è un rifugio sicuro ed indifferente, provvisorio. Il gatto che vive nella casa conosce altri mondi ai quali forse appartiene con più certezza. Nei suoi occhi screziati il mondo entra per un istante eterno, trasformato nella sua liquida essenza e restituito, a chi ne coglie il lampo, in un frammento di verità insondabile e irriducibile. E’ una grazia che bisogna saper attendere ma anche coltivare. Vivendo e spiando, cercando gli indizi della vita nelle ore uguali della vita, nella biancheria dimenticata. Non si esaurisce, l’attesa, nel torpore felino e nei vigili sensi. E non sempre è facile e felice la conquista né il deporre la preda – ma sempre liberatorio e necessario.
Il gatto è un’ambizione, un ideale. Saggio e misterioso nel silenzio, indipendente, equanime, quasi neutrale ma imprevedibile ed imperscrutabile nelle passioni subito accese e dimenticate; non conosce ansia né imbarazzo, regale, sempre a suo agio nel suo corpo e nell’ambiente, centrato su di sé, padroneggia il mondo per quello che gli serve essendone sempre all’altezza. E’ una condizione che richiede una lotta e che senza lotta è vuota. Immagine frequente nelle prime poesie di cavalli, il gatto è un’incarnazione momentanea e parziale della poesia e no: Cavalli non è un gatto. La coscienza sempre viva di sé e delle cose misura la distanza e l’estraneità, vede le cose nella loro pretesa indipendenza dallo sguardo, nell’opposizione che ostentano, nella sicura presenza, offensiva, che richiede partecipazione e se ne beffa. E gli oggetti ricevono la luce calda dello sguardo che vi si appunta stupito rivelandone “l’intimo colore”, ovvero la rifiutano: materia che non necessita coscienza, compresi nella forma, incontestabili – o almeno indifferenti alla contestazione – suscitano il dispetto dell’osservatrice. Ma si sa che nella resistenza è un invito e, del resto, noi siamo pur sempre anche nelle scorie ottuse delle nostre vite. Le tracce del nostro passaggio recano, a modo loro, il senso del nostro cammino, sono promemoria che l’attimo lascia incalzato dal successivo, incrostate di tempo, immobili, invocano pietà per noi stessi.
Certo, le cose che troviamo nella poesia di Cavalli, che lei esorta, interroga, confonde, abbandona, serve, sono proprio cose: vere, concrete – ma proprio in quanto cose, dal momento che vi sono entrate, sono segni, riconosciuti come tali e raccolti. D’altra parte non è poesia contemplativa, questa, e le cose vi stanno pure a testimoniare assenze, desiderio, nostalgia, partenze frettolose e ritorni provvisori, risvegli laboriosi e difficili, fughe e ritirate, rese, disfatte, vittorie vere e false, tentativi volenterosi. E di contro agli oggetti ci sono i visi, gli sguardi, le conversazioni, le cene e le passeggiate.
Ci sono gli amici, le mamme, le sorelle, le zie: scuotono il capo, consolano, perdonano, accolgono, capiscono e non capiscono, rispondono al telefono, scolano la pasta, richiedono chiarimenti e giustificazioni, annoiano, si perdono, muoiono, commentano, attendono pazienti. Poi c’è la città: strade, traffico, ponti, sampietrini, incontri casuali, mancati, immaginati, venditori, turisti, cacche di cane, tavolini abusivi di bar e ristoranti. La città talvolta complice, talvolta opprimente e nemica, testimone, teatro e personaggio, che si svuota e si riempie, che muta con le stagioni, con la luce alle diverse ore del giorno, col buio, con l’umore. La città che invita, che promette, che delude o sorprende, che si fa veliero o mare da solcare con passo sicuro e svagato e una giacca sbottonata. Ci sono le piazze usurpate e tolte alla loro funzione, al vuoto che le costituisce, al libero e pensoso attraversamento, all’agnizione improvvisa, al perdersi nella luce per essere riassorbiti dall’ombra dei vicoli.

…E poi c’è il cielo…

Nuvole

Arrivano, lentamente e pesanti da lontano
premendo contro il sole, spinte dal silenzio,
mammone tettone; ma se resta anche solo un pezzo
azzurro io, gelosa del vuoto, mi agito e le chiamo
alla conquista e corro da una finestra
all’altra a spiare dietro le cupole finché
un’antenna che trema mi promette la tempesta

Patrizia Cavalli (in “Il cielo”, 1981)

Il cielo, dunque: basso, familiare, ingombro di nuvole – oppure aperto, spalancato: illusione di infinito, vuoto che risucchia, azzurro ladro e bugiardo che la toglie a se stessa; promessa di libertà cui non si può consentire, che implica l’annullamento di sé nel mondo; luce che riempie gli occhi e l’anima di urgenza, di speranza, d’ansia; altezza e distanza che richiamano i sensi e confondono la mente. Il cielo è continuamente scrutato con apprensione, non diversamente dal corpo: la poeta si ascolta, si osserva, interroga i sintomi, indaga le leggi della malattia e della guarigione. Il corpo è maledetto e sacrosanto confine fra il sé e l’altro – ma naturalmente è anche mezzo e luogo dell’incontro, ne conserva le tracce, ne sopporta la mancanza, somatizza tutto, si ribella, annuncia la convalescenza, ingrassa e dimagrisce, fa le spese degli errori in cui incappano la mente e il cuore, agisce una fisiologia dell’amore e del desiderio nelle loro parabole ripetitive e logoranti. E’ il corpo che somatizza o è la mente che fraintende il corpo? L’amore è una patologia o è Cavalli che scambia il malessere per amore? L’amore è il mal di testa che libera il cuore, è un raffreddore, è lo spaesamento determinato dall’alta pressione e lei accoglie con sollievo le nuvole: che attenuano la luce, che interrompono la menzogna dell’infinito, che le fanno da tetto e da orizzonte entro il quale guardare e ricomporre se stessa e le sue emozioni, che restituiscono peso al corpo. Le nuvole portano la guarigione ma non la salute, sono “il rimedio che produce il male” (La giornata atlantica in “L’io singolare proprio mio”, 1992). Quello con cui veniamo qui in contatto è, mi pare, un io che deve conquistare giorno per giorno, parola per parola, un’identità e una forma da opporre a quelle certe e “tronfie” degli oggetti. Un io così facilmente penetrabile dal mondo in virtù dei sensi, così esposto all’emozione, che deve definire una cornice, un limite, avvolgersi, talvolta travestirsi per uscire (bastano un paio di occhiali!). Che deve individuare un centro entro se stesso per non disperdersi continuamente al di fuori di sé, confondersi con la materia e le forme che lo circondano e che, quando si scopre così confuso e disperso, prova sollievo e panico insieme. E’ un io tendenzialmente disposto ad accordare alle cose più realtà che a se stesso, che ha un corpo fatto di cellule sempre pronte a trasmigrare, minaccianti l’evaporazione. Ed ha una mente vigile per tenere insieme le cellule – ma quanti inni a ciò che smemora la testa! Al vino, alle scale, che la svuotano e rendono il corpo consapevole di sé, alle nuvole come una coperta, la pressione della quale fa avvertire il corpo e lascia la mente libera: allora il dente cresce ad appetiti più alti – è il dente di Emily Dickinson (art thou the thing I wanted?) citata in Tre risvegli, 2013 – e l’io rivendica la sua natura, la sua identità, l’urgenza di lanciarsi nel mondo, di darsi e di saziarsi, di dire, di essere corpo non più in privazione, mente non più in penitenza e schiavitù, spirito che affronta il mondo e vivifica la parola. Poi ritornerà la misura, ma adesso è furia, è minaccia. Così l’io diventa parola. Così la poesia è identità (rivendicata). Cavalli non smette mai di riflettere su questa identità, sul processo che genera in lei la creazione poetica restituendola a se stessa, pur denunciando la perversione di questo processo che sembra fare di lei una creatura scissa. Cerca di riappropriarsi del principio che riassorba la crepa, che ricucia insieme i lembi della sua divisa natura, il senso vero, più che la giustificazione, del suo fare poesia, di questo bisogno. Ma la poesia è anche riconosciuta come qualcosa che non coincide con l’io, qualcosa che possiede (cfr La maestà barbarica in “Datura”, 2013), che fa tutto da sé: detta ritmi, accenti, suoni, pause, toni, modi. Li impone: in un rapimento estatico che è arte consumatissima. E’ qualcosa che potrebbe all’improvviso tacere, cambiare teatro, non essere più rintracciabile, morire – prospettiva che genera angoscia nella poeta.

Scienza dei sentimenti

Io scientificamente mi domando
com’è stato creato il mio cervello,
cosa ci faccio io con questo sbaglio.
Fingo di avere anima e pensieri
per circolare meglio in mezzo agli altri,
qualche volta mi sembra anche di amare
facce e parole di persone, rare;
esser toccata vorrei poter toccare,
ma scopro sempre che ogni mia emozione
dipende da un vicino temporale.

Patrizia Cavalli (in “L’io singolare proprio mio”, 1992)

Come Cavalli dichiara in L’io singolare proprio mio, l’io delle poesie è assunto in quanto esempio fra gli altri possibili, onestamente, essendo il solo che le sia agevole indagare tanto da vicino, il solo per il quale si senta autorizzata a parlare.
Il pudore e l’onestà le impediscono di dire noi o di usare l’impersonale, l’orrore della retorica, l’ironia che è soprattutto autoironia. L’io poetante è così attento a riconoscere il minimo indizio di sentimentalismo, la posa sul nascere, che nel dire sentimenti ed emozioni mantiene una distanza quasi scientifica e, al primo accenno di stanchezza, al primo sospetto, li riduce a meccanismo, a fisiologia, sorridendo del soggetto che li prova, che anela e insieme teme gli slanci eccessivi, l’annullamento, l’illusione, l’abbandono e la perdita. Quando i sentimenti e le emozioni sono sottoposti al giudizio della ragione, la poesia si fa sentenza, aforisma che porge la conclusione del ragionamento, epilogo di un dramma già bello e concluso. Altre volte la forma epigrammatica corrisponde ad un guizzo rapido di umorismo oppure è frammento levigato, preda offerta in dono da un gatto grecista. Ma sempre più spesso il ritmo endecasillabico accetta e sostiene volentieri (e per tradizione) un lungo e articolato ragionare, il monologo, l’allegoria, l’invettiva. Come accade, ma gli esempi sono molti, per Aria pubblica (in “pigre divinità e pigra sorte”, 2006) o per La patria (in “Datura”, 2013) che la poeta va a cercare e trova lontano dai luoghi comuni e dalla retorica, un po’, si direbbe, dove trova la poesia (e, in fondo, non è quella la sua patria?) Né mancano momenti in cui l’io si dissolve nella materia, nelle forme, in perfetta dimenticanza di sé, si apre alla luce, abbandona i sensi allo spazio profondo, alle altezze. E’ l’estate, la salute che, di norma, genera terrore.
Ancora: la distanza si riduce anche, si azzera, nella scoperta improvvisa di una verità, nell’illuminazione. Lì tutto è per un momento chiaro e semplice e il sollievo invade il lettore: «(…) è tale l’evidenza che quasi non ci credo. / A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi, / mi abbracci o mi allontani. Il resto è per i pazzi. » (in “Pigre divinità e pigra sorte”, 2006) davvero la vita potrebbe essere così, ma non ce lo concediamo né, forse ci è permesso. Così, accanto alla poesia di ragionamento trovano spazio, momenti di controllato lirismo che scaturiscono magari di fronte al profilo di un paese, allo sbocciare di una metafora, al rivelarsi di un viso o di una intuizione salvifica. Momenti in cui la mente viene a patti con l’anima e col corpo e consente la tregua. Ma Il resto è lotta, tensione, dramma.

Ponti

Nascono i bei pensieri sopra i ponti
e sempre ci si ferma sopra i ponti
per contenere quell’atomo di grazia
sospeso in equilibrio
tra gravità di sponde e cieca corsa d’acqua.
Ti darò appuntamento sopra un ponte,
in questa mezza terra di nessuno.

Patrizia Cavalli (in “Sempre aperto teatro”, 1999)

Dilaniato da tensioni e tentazioni opposte, fra dentro e fuori, sé e altro da sé, pienezza e svuotamento, altezza e pavimento, piazza e terrazza, libertà e catena, amore e disamore, corpo e dissolvimento, illusione e disincanto, verità e tradimento, silenzio e barbarie, giardino e foresta, calma e tempesta, biologia e volontà, grazia e disgrazia, l’io si riposa, si ricompone a mezza strada, a mezza altezza, sul ponte: alla giusta distanza dalle cose, dalla quale si può vedere e dire – ma che esclude la vita, l’azzardo del vivere, che sottrae alla necessità di imporsi, anche ingenuamente, d’infrangere “l’armata compatta delle macchine” (Quello che è detto è detto in “L’io singolare proprio mio”, 1992). Il ponte è un approdo momentaneo, una pausa necessaria ma, più di questo, è ciò che unisce le due sponde. Il ponte è perciò la parola stessa, la poesia maturata nel cammino impervio e tormentato, nel volo e nella caduta, tra il sonno ed il difficile risveglio. Il luogo nel quale il vivere si apre al senso, il groviglio si risolve o si dichiara, lo sguardo si ferma in contemplazione, il sorriso smaschera gli inganni sofferti, autoinferti e perpetrati. E la parola tolta all’affanno del vivere, allo stupore, all’orrore ed all’incanto, che di ciò reca limpida traccia, la parola indignata che viene dopo l’indignazione, il racconto del dolore che non brucia più, questa parola è vera quanto la passione che evoca o che smaschera? Se mentre la dice la riduce ad altro da sé e quando ne fa occasione del dire, è ancora vera la parola? E’ sempre vera la passione che la parola modifica? Eppure non si può non viverla e non si può non darle voce. Non si può non maledire l’impulso che ci spinge fuori insieme alla paura che ci ricaccia dentro, la luce che ci invita nella sua promessa di liberazione e la nuvola che ci ridice la fallacia di una tale promessa. Patrizia Cavalli, nel suo teatro, è regista, attrice, pubblico di se stessa – ma lo spettacolo si prepara fuori dal palcoscenico, dove il personaggio non si rivela ancora, dove la trama è confusa, l’ordito nascosto e il finale possiamo fingere di non saperlo perché, in effetti, non lo sappiamo finché non è scritta l’ultima parola, finché non si scrive da sé. Però non c’è niente di definitivo, di certo, di detto una volta per tutte. Questa poesia non è monumento né tomba della realtà ma è qualcosa che della realtà partecipa, che la crea: è movimento, cornice che contiene la crepa, ordine temporaneo del disordine, controllo, libero arbitrio che si oppone alla meccanica ed alla biologia, sforzo costante di comprensione e virtù di distrazione, architettura verbale che riproduce e organizza il reale ma vi aggiunge un guizzo: il segno dell’invisibile, di ciò che può essere percepito ma non visto, di ciò, anzi, che non esiste prima della parola che lo dice e che diventa essenza della cosa nell’istante in cui la parola è pronunciata, un segno che è segno d’amore. Cavalli non ama la perfezione ottusa e sterile, le forme concluse, statiche, la sicurezza degli schemi consolidati. Perché attraverso la poesia tenta di sfuggire all’immobilità, alla presenza incontrovertibile degli oggetti, alla ripetizione coatta dei meccanismi. La poesia di Cavalli è precisione e insieme scarto, tentativo da ripetere ogni volta che sia necessario, dove l’approssimazione è il senso del tentare, prova dell’identità, misura dello sguardo, è inclusione del soggetto nell’oggetto e viceversa. Ma questa vittoria la poeta non reclama per sé: il merito gliela sminuisce e la fa precaria. La vuole in dono dalla sorte, da divinità parzialissime. Questa grazia, come un amore corrisposto, è la prova di una benevolenza indipendente da vizi o virtù che alberghino in lei. Lei può solo vivere, giocare a carte, scegliere un abito e uscire, offrire occasione alla poesia e all’amore: se fallisce è colpa sua ma se vince è la prescelta. Più immeritato il dono, più grande la gioia nel riceverlo, ché ad avere un tale potere tutto nelle sue mani forse lo sconcerebbe e non provare gratitudine sarebbe già sprecare la grazia. E poi l’abilità non è un destino: la poeta vuole sentirsi tramite e testimone della parola che sorge in lei autonoma. Eppure in L’angelo labiale (“Datura”, 2013) afferma il valore del silenzio, decide di trascurare i suoni che sente nascere in sé dentro al silenzio e trova che il solo motivo valido per interromperlo sia giocare – ma nel gioco dire una parola vera, destinata a raggiungere qualcuno, a comunicare l’entusiasmo, l’affetto, il desiderio: senza pudore e senza vanità, immediatamente.

La strada

Andando dritti si va da qualche parte,
andare dritti dunque non conviene.
Nel cerchio circolando generavo
la mia costituzione senza verso,
ero lì ripetuta e ripetente
che mi centellinavo, il tempo
era un profumo sparso che annusavo
svogliatamente. (…)

Patrizia Cavalli (Andando dritti si va da qualche parte in “Datura”, 2013)

Non conviene andare dritti. Ad avere una meta si rischia di raggiungerla e perdersi tutto il resto: il divertimento e anche il senso. Si rinuncia a guardare ed a vedere, a comprendere l’esperienza nello stratificarsi del senso, a ricominciare. Ci si arrende al tempo anziché costringerlo nel cerchio – “diverso eppure uguale” – anziché confonderlo mischiando le carte (cfr Per dare movimento a quel che è fermo in “Sempre aperto teatro”, 1999). Il tavolo da gioco, la poesia, hanno questo potere, sono quest’incantesimo. Certo la poesia di Patrizia Cavalli, svolgendosi nell’arco di 40 anni (ad oggi), è un percorso: fatto di salite, discese, fughe e ritirate, conquiste e perdite, ripensamenti ecc. Ma è altrettanto vero che non è una strada. E’ più un “rovello”, una spirale percorribile nelle due direzioni, verso la profondità e verso la luce, un andare al nocciolo per scoprire la verità (che è, ogni volta, verità di sé, in quel momento), il senso, ciò che sta dietro al meccanismo, sotto la superficie fino all’ultimo strato. E’, in fondo, un percorso di liberazione dell’io e della parola (sono scindibili le due cose?). Cavalli torna sempre sui suoi passi per correggersi (non smetterà mai, mi ricorda qualcuno), per aggiungere, sottrarre, verificare, cambiare di segno e, lungo il cammino, raccoglie qualcosa che aveva lasciato cadere, elementi che erano entrati nel suo universo poetico in maniera magari fortuita o problematica. Ciò che era individuato, chissà, come ostacolo o come immagine provvisoria, viene accettato, in un secondo tempo, da un’ispirazione più matura che ne svela la portata, che lo penetra e lo rivela in quanto nodo fondamentale della poetica, come simbolo e come grimaldello. Stratificazione e precisione, virtù del cerchio, fanno della parola una pietra angolare e non per questo le tolgono leggerezza. Accade anche che l’io si arrenda felicemente alle proprie inclinazioni e, interpretandole in maniera positiva, ne faccia altrettante occasioni poetiche. Così, per esempio, la smania di controllo, il perfezionismo di una vocazione autarchica che sostituisce l’immagine, plasmabile, alla cosa, ribelle o irraggiungibile, per generare un piacere di secondo grado (denunciati in L’io singolare proprio mio, 1992), sono accolti come meccanismo creativo. Allora la pagina si fa teatro; la mente e l’anima assistono all’avvicendarsi delle emozioni, alla danza dei personaggi; l’io acconsente a svuotarsi, ad aprirsi alle immagini, senza l’intenzione di valutarne la realtà, perché si svelino (in “Sempre aperto teatro”, 1999). L’illusione che ci spinge a non tradurre tempestivamente in atto le intenzioni, in amoroso gesto l’affetto, se non quando è troppo tardi, questa illusione è prima fonte di rimpianto (cfr Ma voi siete cristiani? In “Sempre aperto teatro”, 1999) per poi assurgere a condizione inevitabile, essenza della vita che è “lusso di un ritardo” (cfr Quasi sempre alla morte di qualcuno in “Pigre divinità e pigra sorte”, 2006) – e che attenda, magari, anche la poesia:

« La scena è mia, questo teatro è mio, / io sono la platea, sono il foyer, /ho questo ben di dio, è tutto mio, / così lo voglio, vuoto, / e vuoto sia. Pieno del mio ritardo. » (in “Sempre aperto teatro”, 1999).

Il teatro è sempre più spesso evocato, con sempre maggiore consapevolezza, il meccanismo drammatico essendo omologo a quello dell’inconscio, il quale è alla base delle strategie linguistiche e retoriche (e infatti la poesia diventa sogno che ci si assegna in in uno dei componimenti inclusi in “Datura”, 2013). Così, sempre in Datura, c’imbattiamo ne La maestà barbarica – personificazione della poesia, attrice e folle dalla “recitazione arcaico-tragica” – e leggiamo Tre risvegli (atto unico in tre scene) – che drammatizza il tema dell’alta e della bassa pressione, presiedenti rispettivamente, come si è detto, allo stato d’ansia e spaesamento connesso (per analogia) all’innamoramento ed al recupero della consapevolezza di sé che permette di creare, di risolvere l’ispirazione ricevuta dall’esperienza precedente. Alcuni temi presenti all’origine, maturano in silenzio fino al punto in cui la poeta avverte il bisogno di affrontarli più compiutamente: se la poesia è catarsi, lo è in quanto strumento d’indagine delle paure e del dolore. Così in “Pigre divinità e pigra sorte” troviamo la sezione “Morti perché si muore”: troviamo la morte come perdita, come spettro che ci attende, come tentazione e come naturale conclusione; la morte in vita, la prefigurazione, la morte definitiva nel ricordo dei sopravvissuti, la memoria che preserva i morti dall’oblio; la morte che può essere accettata in un momento di consapevolezza, anche quando la vita è stata gentile, quando si sente che è il momento e ci si avvia col cuore ancora caldo di affetti; la morte che sostituisce gli affetti in un cuore pieno di insaziabile desiderio; la morte che rende ridicola la vita, futili gli affanni ma terribile il rimpianto. Troviamo La morte che non può essere esperita né davvero concepita, al punto che non si può non considerarla incongruente. E la vita, che si oppone, si affatica, che fa la vita. L’uomo si sente nato per l’immortalità e la morte avvelena la vita giorno per giorno – ma insieme la fa preziosa in ogni suo istante. D’altra parte la vita spaventa quasi quanto la morte perché, in virtù dell’amore, minaccia e promette l’annullamento dell’identità. La poesia, che riconduce la realtà e la vita entro un cerchio di senso e ordine, non può non farsi scudo contro la morte: essendo (lo si voglia o no) qualcosa che ha vita più lunga dell’io che la produce, e una vita sua, indipendente; essendo, inoltre, identità da opporre a ciò che minaccia la poeta, puntello che la tiene in piedi, formula magica che ricaccia indietro le ombre così come le evoca o proprio nell’evocarle:

«…e allora il sangue è scivolato via dalle mie vene / lasciandomi alla bianca quadratura della stanza / dove una morte lieve lieve / si è posata sulla mia guancia / per poi rubarmi il respiro / stringermi le mani / incatenarmi lo stomaco. / E come sarebbe avanzata / se tre parole, che qui non posso dire, / non l’avessero improvvisamente ricacciata.» (in “Il cielo”, 1981)

Può essere scudo o, meglio, arma, ma non può essere conforto. In “Pigre divinità”, nel componimento che apre la prima sezione: “Io lì c’ero già stata”, Cavalli valuta, non troppo benevolmente, la sua poesia precedente: vi vede insieme un rifugio ed una barriera, un orticello di erbe tutte commestibili, un luogo in cui non ritrova ciò che si era illusa di averci messo, ciò che le serve. Senza rinnegarla, ne fa il punto dal quale ripartire per la vita – e fare la scoperta di esserci già stata. Ma, a pensarci bene, non è la morte che porta scompiglio nella vita? Ed essa è prefigurata nella perdita di coscienza, nel dissolvimento della sovranità della mente, dell’imperio del corpo, nell’oblio del bisogno, nell’abbandono.Terrore e desiderio di questo annullamento si contendono il cuore; lo sguardo ricerca ansioso corrispondenze nel cielo, nella luce, nel mondo, nei visi, nei corpi.L’annullamento può essere accettato, consumato sontuosamente nell’amore, nel corpo altrui che accoglie e si lascia accogliere, nella corrispondenza suprema di identiche pressioni che sciolgono il nodo, il dolore, l’angoscia del sé. Un istante eterno ricercato sempre come unica insondabile e chiarissima verità.Una condizione simile non ha bisogno di parole e, in effetti, Cavalli forse neanche la dice: da dove mi viene quest’impressione che si fa certezza mentre scrivo? Perché in ogni immagine sento la nostalgia e il desiderio di questa condizione? Perché in ogni verso sento evocato un Eden perduto? E sento che questo Eden è unità e identità: di materia e spirito, di mente e corpo, di pensiero, realtà, azione, di io, cosa e parola: Eden antecedente all’Eden: Logos. La poesia dunque tenta di ricreare questa situazione originaria, di ricostituire l’unità?Ma, se così è, non c’è bisogno di dichiararlo.Quello che Cavalli dice senz’altro sull’amore è che esso non ci appartiene: si nega, se ne va. Ci lascia storditi o delusi, annoiati, disfatti o rassegnati oppure incapaci di rassegnazione, caparbi e gelosi custodi di un’immagine, devoti all’assenza o disposti a denunciare la natura illusoria del nostro stato, la nostra malafede. E attraverso l’immagine dell’amata opaca s’intravvede quella di una realtà sfuggente:

« Io per vederla non devo guardarla / perché quando la guardo non la vedo. / Per ritrovarla sposto il mio sguardo / faccio rifornimento e ci riprovo, / ma sempre a lei tornando io la perdo. (…) » (in “Pigre divinità e pigra sorte”, 2006)

E nella metafora della fioritura possiamo leggere tanto lo sbocciare di un sentimento, proprio o altrui, la curiosità difronte ad un incontro nuovissimo, quanto l’atteggiamento dell’io poetante al nascere della poesia:

« Bene, vediamo un po’ come fiorisci, / come ti apri, di che colore hai i petali, / quanti pistilli hai, che trucchi usi / per spargere il tuo polline e ripeterti, / se hai fioritura languida o violenta, / che portamento prendi, dove inclini, / se nel morire infradici o insecchisci, / avanti su, io guardo, tu fiorisci. » (ibidem)

Le chiavi

(…) Sì, ma dov’era il sontuoso caldo,
la luce ardente che mozza lo sguardo,
la lenta cerimonia che solenne accoglie
il tempestoso viaggiatore stanco?
Dov’erano le offerte di cuscini
su cui assorbire in silenzio il cibo santo?
Qual era quella porta? Se c’era io l’avrei aperta. (…)

Patrizia Cavalli (La guardiana in “Sempre aperto teatro”, 1999)

La felicità è qualcosa da immaginare, l’occasione persa. Ma è anche uno stato di grazia, un equilibrio che non può essere cercato, solo riconosciuto, goduto nella sua brevità. E’ una primavera che ci coglie per strada, la luce attenuata, indulgente, la sensazione improvvisa di essere accolti, perdonati. E’ resa, scioglimento. E’ qualcosa di semplice ma precluso fintanto che ci si ostina a pensarla in un determinato modo, ad inseguire un’immagine struggente di verità chiusa dietro porte inesistenti, a corteggiare la custode per giungere alla serratura. Come se il senso – della realtà, dell’amore, del vivere, dello scrivere – fosse altrove e non nella vita stessa, nell’amore, nella poesia, nella relazione con la realtà e con la lingua, nel gioco; come se esistesse una ricompensa più alta del piacere: del corpo, dell’orecchio, della scoperta, della parola.La chiave di Patrizia Cavalli è fatta per aprire le porte, ma gioia e verità sono nell’impresa, nella chiave e non nella porta. Che poi, lasciatemi dire l’ennesima banalità: non è l’arte stessa una porta che conduce dal reale al vero, dall’apparenza all’essenza, dal sensibile ad una dimensione ulteriore? Non è l’arte quel cerchio in cui la realtà entra per riorganizzarsi secondo leggi altre, per significare qualcosa di profondo, di profondamente connesso all’anima e non altrove attingibile?
Ma no, non senza piacere, non senza gioco, per favore: con leggerezza. La leggerezza di Patrizia Cavalli è proprio tutta sua: non delle cose che guarda, evidentemente, ma del suo sguardo. E’ leggerezza di musica, è architettura del componimento, precisione della parola. E’ raggiunta per sintesi e condensazione, qualitativamente.Alla cosa non è concessa una parola di troppo, un aggettivo che le si aggiunga, che non appartenga esattamente alla cosa ed allo sguardo insieme, al momento, e non sia in grado di trascenderli. Non ci sono orpelli e non ci sono monumenti, pretese di verità universali; non c’è niente di sacro, nessun funesto vaticinio che non possa essere ricondotto all’eccessiva pressione di una fascia addominale. Niente di cui non si possa sorridere, per quanto dolore sia costato. E niente che non sia stato pagato molte volte il suo valore.Così la parola, riscattata attraverso la vita, è libera e questa parola non serve ad appropriarsi di niente:

« Ah resta dove sei! Io qui / nell’ora incerta di un tardo pomeriggio / guardando fuori e anche guardando dentro / vedo questa bellezza / tutto quello che vedo è bellezza. / qualcosa che convince, che vuole essere vista, / che pure non fa nulla, ma resta lì dov’è, / che solo perché esiste mi conquista. » (ibidem)

Dico io: a che serve la bellezza? Mi viene in mente almeno questo: che attraverso la bellezza si produce l’incontro con la verità e, attraverso questo breve, fortuito contatto, diventiamo più consapevoli e quindi, presumibilmente, migliori.

Il mondo

Qualcuno mi ha detto che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.

Patrizia Cavalli (in “Le mie poesie non cambieranno il mondo”, 1974)

Il mondo non esiste, del che Patrizia Cavalli ha lunga coscienza – e quasi mi pare di vederla sorridere sorniona, in questo sì, simile ad un gatto:

« Ormai è sicuro, il mondo non esiste / la sua materia labile che si trasforma / in gioia o dannazione. Quella parete / quella parete, quella strada, quel muro, / quell’occasione infetta che è nella mia testa. / I pensierini. Il tempo. / Mi scivola via l’anima / e io non la trattengo » (in “L’io singolare proprio mio”, 1992)

Il mondo non esiste ma è qualcosa che ha corrispondenza dentro di noi, cui noi diamo senso a partire da quella corrispondenza, rispondendo a sollecitazioni prodotte da questa relazione, interpretando, infine, le nostre risposte.E’ tutto soggettivo, tutto deviato da fraintendimenti che si sommano tra un passaggio e l’altro, tutto sottoposto al lavorio dell’inconscio, a rimozione, spostamento, inversione, simbolizzazione ecc. E intanto noi viviamo nel mondo. Intanto noi assistiamo a questi bei “teatrini” interiori, pronti a trovar loro pretesti, che poi è il mestiere nostro (cfr Datura, 2013).
Ma ricercare la ragione che ha messo in moto il meccanismo, l’oggetto che l’ha, occasionalmente o meno, generato per poi sparire perfezionandolo, rendendolo indipendente, assegnare l’effetto alla causa per consegnarli all’interpretazione, non è l’ambizione di Patrizia Cavalli.La poeta rivendica lo sguardo, lo stupore, la vittoria sulle cose nel vederle e rivelarle – perché la bellezza peritura del fiore non è affatto del fiore: è dello sguardo, dell’anima che essa penetra e da cui è penetrata, della parola che la dice e dice più di quel che essa è, che la crea vera. E’ della parola attraversa il dolore fino a riscattarlo, che accoglie il buio e lo dissolve, che in sé risolve l’io, la cosa, il tempo, lo spazio. Così, in Datura, che chiude l’omonimo volume, Patrizia Cavalli ci partecipa la sua ultima inevitabilmente fertile conquista, la sua ambizione vera: essere lingua che crea la cosa, nella quale la cosa sparisce ed il significato della cosa è trasceso, fare questo con leggerezza, farlo perché in questo è gioia (la gioia della creazione):

«(…) giocare alle parole / immaginando, senza un’identità, / una visione. Come di fronte a un fiore / di datura, a quel suo giallo / non propriamente giallo, crema piuttosto, / la stessa crema che ha la pesca bianca, / con brividi di verde trasparente, / ma delicati, piccoli, /il modo di morire al terzo giorno / o meglio, di seccarsi plissettandosi, / pelle di daino, straccetto, guanto, / ala di pipistrello acciaccato, riccioli, rostri, / questa bellezza propriamente sua, / che tutto ciò in se stesso non ci pensi / neppure alla lontana a poter essere / una soltanto di tutte queste cose / che dipenda da me la sua apparenza, / che ne sia io la sola responsabile, / questa è la gioia fiera del mio compito, / qui è il mio valore. Io valgo più del fiore. »

Perciò la poesia cambia il mondo: perché, appunto, il mondo non esiste. Ognuno, con la propria esperienza e inclinazione, è immerso nel proprio – e chi fa nuova la lingua, fa nuovo il mondo.

Copyright 2015 © Archivio Flavio Beninati / Barbara Marras

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